Traetto o Traietto è il nome d'una località sita sulla foce del fiume Garigliano, attiva come colonia militare musulmana nel IX-X secolo.
Sembra che il nome derivasse dalla città omonima, distrutta dai saraceni nel'883, posta sulla collina che sovrastava l'insediamento, che a sua volta prendeva probabilmente nome dalla vicina scafa che univa le due sponde del Garigliano (cfr. traghetto).Nell'883, un gruppo di musulmani, provenienti per lo più dalla Sicilia (già in parte sotto loro controllo fin dall'827), ma anche dal Nordafrica, si stabilì nella piana del Garigliano, costruendosi abitazioni e persino una moschea:
« Il campo del Garigliano cominciava a prendere aspetto di città: aveanlo rafforzato di ripari e torri; vi teneano le donne, i figliuoli, i prigioni, il bottino. I gioghi del vicin colle, eran cittadella nel pericolo estremo. Il breve tronco del fiume, navigabile a barche, rendea comoda la stanza e agevoli gli aiuti... »
(Michele Amari, Storia dei musulmani di Sicilia, ed. con note a cura di C. A. Nallino, II, p. 191)
Lo storico siciliano proseguiva ricordando che, a prolungare la vita della colonia militare islamica, stavano i "confederati" di Gaeta e «un po' più lungi la repubblica di Napoli, che si facea rispettare, ma in fondo era amica».[1]
Le complicità cristiane sono la causa della relativamente lunga sopravvivenza di quella che, a primo acchito, era una colonia guerriera del tutto incompatibile col tessuto cristiano italico. Secondo Amari tali musulmani svolgevano politica del tutto autonoma dagli Aghlabidi e poi dei Fatimidi, offrendosi come truppe mercenari ai vari giochi politici di signori campani e longobardi, influenzando finanche la politica dello Stato della Chiesa.
Nel 903 un tentativo di sloggiarli fallì miseramente, come pure nel 908, quando Atenolfo I, principe di Capua (887 - 910) effettuò un nuovo tentativo dopo aver ottenuto l'alleanza di Napoletani e Amalfitani.
Dal Traetto i musulmani si mossero in armi in tutte le contrade vicine, spingendosi fino all'Adriatico sotto la guida di un non meglio identificato Alliku, venendo però sconfitti da Landolfo I di Benevento, figlio di Atenolfo I, a Siponto e a Canosa.
Ciò non impedì loro nuove e distruttive incursioni a «Venosa, Frigento, Taurasi, Avellino e al contado di Benevento».[2] per poi puntare su Farfa, a Nepi, Orte e Narni, «nelle quali stanziarono».[3]
La presenza dei musulmani nel contado di Roma, fu talmente pregnante, che Liutprando, con notevole amore per l'iperbole, definì l'area divisa a metà fra Romani e a metà dagli "Africani".[4]
Nel 910 papa Giovanni X e Landolfo I si mossero per organizzare una Lega cristiana per liberare i territori dell'Italia centro-meridionale dai musulmani del Traetto, convincendo a unirsi a loro Zoe, quarta moglie e vedova dell'Imperatore bizantino Leone VI, oltre ad Alberico II di Spoleto, duca di Camerino (912-954) e a Berengario, duca del Friuli e re d'Italia.
Le truppe così radunate marciarono nel 915 contro il Traetto, rafforzati in itinere da Pugliesi, Calabresi, forti della competenza militare dello stratego bizantino Niccolò Picingli - sostenuto da una flotta inviata dall'imperatore bizantino Costantino VII - che per parte sua aveva convinto il principe di Salerno e i duchi di Napoli e Gaeta a partecipare all'impresa.
Al termine di tre mesi di assedio, i musulmani incendiarono la colonia nell'agosto del 915, senza peraltro sfuggire alla morte o alla resa in schiavitù.Note
Note
1. ^ M. Amari, op. cit., p. 191.
2. ^ Ibidem, p. 194, riferendosi al Chronicon comitum Capuae.
3. ^ Ibidem,
4. ^ Liutprando, Antapodesis, II, cap. XLIV e XLV.
da wikipedia.it
















